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Povera sorellina!

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Ed il male cammina! Oh cessa di cantare! Con le loro ventarole di latta, con i loro galletti inverniciati che montano la guardia giorno e notte, con le indorate baionette inastate dei parafulmini, coi loro bianchi e grigi campanili che sbucan qua e là sottili paracarri di mistici confini : incombono i bigi tetti.

Alla sera, sui tegoli rossi,. POESIA Canto anche te, o ardente estate, con il tuo frumento biondo entro cui brillano i papaveri come garibaldini nascosti con il tuo verde ed odoroso oceano di canepa, col tuo torrido caldo che fa cercar con voluttà la frigida acqua dei fossi : vengono a galla stupiti i lunghi lucci, le biscie acquaiole inseguono i ranocchi paurosi.

I lunghi pioppi vigilano la pianura. Nei maceri e nei pozzi i rospi fan sentire la loro voce di fagotto. Oh lungo le spogliate siepi il triste campanellino del pettirosso, come se da mane a sera si porti il viatico a qualcuno! È la fine, la dolce fine prevista. Senza rimpianti cadono le foglie. Sonnecchia il sole sulle deserte soglie.

Ma perchè il cuore si duole? Ma vieni tu, o inverno, padre putativo delle stagioni, a celebrare le bianche nozze della neve, a coprire tutte le macchie col tuo bianco collettivo, a riempire le povere vetrate di felci complicate e palme fragili, a frangiare le gronde di stalattiti lamentose di ghiacciuoli, a imbacuccare gli esili camini, a riempire di sfingi i giardini, a mettere su tutti i davanzali dei bianchi appoggiatoi, come per una processione di comunicanti, a cingere il collo delle statue di bianchi boa.

I pioppi sparsi per la campagna sembrano enormi rocche cariche di neve. Tutte le peste nei sentieri sono monde, sembrali fatte da angeli lievi, ed ogni casa è buona come un presepe.

Volteggiano come volani i frutti alati delle samare. Le oche, in triangolo, vanno in numero pari verso le paludi. Addio bei tramonti di cinabro! Scricchiolano sotto i piedi i piccoli obici delle ghiande. Pensate al figliuol prodigo. Un triste ritornello fischia sul labbro. Addio belle notti crittografiche! E il sonno che non viene più Oh quando ci sarai tu e metterai nelle lenzuola dei mazzetti odorosi di lavanda! Dei fiammiferi azzurri.

Una rana che suona un organetto rosso. Un piccolo cariglione rotondo simile ad un mulino di suoni. Un fungo simile ad un parasole per i fiori. Una marionetta nera che piange. Una tartaruga simile a un piccolo blasone di bronzo. Un Pierotto infarinato di neve, che ride.

Una civetta che legge il foglio con gli occhiali. Un angelo che giuoca al cerchio con la luna, v Un piccolo spazzacamino che spazza un camino del paradiso pieno di stelle. Oh quel rosso recidivo! Un fresco pozzo di mercurio simile a un gran termometro? Un osso di reliquia legato in argento? Un arcobaleno sotto vetro? Un'elemosina tepente di sole sopra la deserta soglia?

Una pallida rosa in un bicchiere che sopra il davanzale si sfoglia? Uno specchio come una cella frigorifera? ALBA I rossi galli sparsi a le cascine cantan la loro diana puntuale; un lontano pavone grida il suo fiero disprezzo coniugale. Oh quelle chiocciole sempre bocconi davanti a qualche cosa come degli umili ambasciatori orientali davanti impassibili troni!

Caiamite della fede e del bene chiaman gli audaci pensieri a inchinarsi davanti ai misteri alla bontà delle preci serene. Verso estuari di sogni languidi si perde il placido canale; fluttua nella sera malinconica la gran pace cereale. Sembra il tuo istrumento una macabra idropica persona stranamente abbozzata che col sottile moncherino del suo unico braccio solletica fino al tormento i suoi se chi intestini messi a nudo. E quel monotono ritornello che non si stanca che non si stanca mai di ritornare!

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Che cosa spera di trovare? Ma è buio impenetrabile per tutto! Fuori non rugge che un infuriato mare, un mar di pianto e di singhiozzi. Tanto è inutile, o povero ceco! Quel debole ed instabile barlume che ti sembra di scorger da vicino e ti fa indugiare non è che una tua lacrima cocente che ti spunta negli occhi infiammati e scompare. Silenzio e oblio. Oh il monotono idillio da romanzo! E delle maschere si guardali, bianche, sorrider tristemente in specchi, stanche di pensare a impossibili suicidi.

Nel verdastro canal che Lete inquina, non le ninfèe idrofile ed i cigni; e le aiuole han papaveri sanguigni come rosse campane di morfina. Sembran malati uccelli senza gambe che si strascican nello stagno torbido, lagnandosi, su lunghe grucce strambe.

Il gelsomino. Le meraviglie. La mimosa. Le ceiosie. Un glicine fiorito. I giaggioli. Le campanule dei convolvoli. Corrado Covoni. So che Gian Pietro Lucini odia le esaltazioni.

Su queste colonne, con questa penna mia, improprio. Che cosa è mai questa specie di bibbia letteraria medievale e, insieme, futurista? La prima parte di due altre a venire. È, in fatto, la ragion critica. Il vostro impeto polemico porterà il vostro ideale fino al suo giusto segno planetare. Voi non avete età. Nè vi stancherete, nè sbaglierete. Sono tempi di miserie carnali ed ideali questi.

Non per nulla provincie intere di nostra terra si Itramutano in cimiteri. Voi date la prima squilla della diana. Sia come volete voi! Sia come volete voi, Maestro!

Si scorra il volume, adunque, in questo freddissimo inverno mortale! È pieno di fiamme. Talora, la ruota cerebrale ha movimenti cosi vasti e cosi rapidi e cosi complessi che, anche il più intento lettore, minaccia di restare come preso da una vertigine. Dolcissima e fortissima cosa è tentare di vincere la stessa terribile simpatica corrente rapinatrice!

Molto spesso il Maestro ammalia. Gli ignoranti letterati dicono: — Scrive sbrodando, alla Sbarbaro. È un libro di critica? E la confessione di un figlio di due secoli: questa mi pare. Lucini è il filosofo che sa indicarvi perchè si nasca poeti e come si giunga a creare la Poesia. Nessuno, forse, mai in Italia oggi è Giovanni Papini che tenta ebbe la virtù di saper riconoscere il carattere scientifico del bello e, insieme, di sentirne tutto il puro splendore estetico, e di crearne il sistema bellissimo di prova.

Ma, pure, questa parola si direbbe creata dal suo libro. Essa, comunque, è nata con lui, se non da lui. E risponde alla stessa norma genetica naturale. Vi si entra assetati : se ne esce quasi agoniaci della troppo onda bevuta. E quanta cultura che vi assimilate!

Quanti poteri mnemonici e comprensivi che vi andate afforzando e conquistando! È la sintesi di venti anni di lavoro continuo e sereno che ci si trova di fronte e ci proietta fasci di luce futurista sulla strada in avanti. Paolo Buzzi. E non credo di aver fatto male.

Una precocità strana, tutta meridionale, ha aperto la sua anima ai venti della vita. Egli si proponeva di raccogliere in un album autografi dei principali letterati e scrittori nostri, per farne poi dono alla città di Parigi.

Ma, arrivato a Pisa, le forze, o meglio. Di là a due anni, egli pubblicava il primo libro di versi: Voci, che ampollosamente chiamava: poema della Natura. Francesco Pastonchi ebbe per lui sul Corriere della sera del 6 ottobre delle parole calde, quali il biondo critico di Grugliasco non suol prodigare spesso ai giovani. Fava, M. Pilo, ecc. Nella Rivista d'Italia, anche, G. Ma il suo successo più bello ebbe Federico de Maria, due anni dopo, con Le Canzoni rosse, un libro che, conteneva audaci e geniali saggi di rinnovamento metrico, di rinnovamento stilistico, diciamo anche di rinnovamento etico.

Ma pure in questi egli affermava vittoriosamente il suo talento e la sua genialità, riuscendo ad esser personale anche in argomenti e in metri già triti, e meritandosi magnifiche parole di lode da critici austeri come il Cesareo e G. Adesso, finalmente, il De Maria si presenta con La leggenda della Vita.

Dico subito che, nel miserrimo campo della moderna poesia italiana, questo è un fiore tanto bello quanto generoso. Certo, in questa Leggenda della Vita vi sono ancora troppe rime e vecchi ritmi riconoscibili. Il poeta veramente grande, come se rivelasse delle verità nuove, afferma simpaticamente in gran numero d'uomini le sue espressioni, la sua versificazione.

Certe forme intermedie, caro e valoroso De Maria, non hanno, forse, tutto il merito innovatorio che vi figurate. Poiché in questo genere di battaglie non è ammesso che si militi al centro. Il De Maria è un musicista, oltre che un Poeta? Questo non lo saprei ben dire, ancora. La Leggenda della Vita è spesso più scultura e pittura che non musica.

Tuttavia, questo suo primo sforzo non è privo di bellezza e di eroismo: e noi dobbiamo essergli profondamente grati. Non è sempre necessario che una inspirazione poetica ci venga da un gorgo strumentale di Brahms o di De Bussy. Basta una buona fanciulla che se ve vada, per sempre'. Guardami negli occhi, fissamente senza turbarti : diciamoci addio guardandoci negli occhi.

Come sei bella!

La mia passione che ieri era estinta, rinasce con un impeto di dolcezza novella ora Tu forse andrai sposa ad un giovanotto a la buona che qualche volta ti farà rimpiangere i sogni tuoi di fanciulla Vedete la tendenza al rimare? Istintiva, comprendo. Ma, forse, da evitare. E il tono del componimento pieno di verità. Ma io preferisco, allora, le forme schiave di Nostalgia d'oriente, di Le pampas , di Tigre della Gungla, nello stesso Volume.

Questo è il mio parere, senza preconcetti di persone e di scuole. A Federico De Maria un saluto ed un augurio. Grande simbolo, grandissima luce in cima a! O Poeta di Sicilia, ascendete la vostra Etna senza titubare!

Qualità che la critica gazzettiera gli ha troppo a lungo negata, ma che credo sia ormai tempo di rendergli, perchè gli è dovuta. Fu un bene, fu un male? Volle, cosi, e seppe essere un innovatore. Ho coniugato i verbi al passato remoto, potrei co niugarli al presente. Egli prosegue per la diritta via, ormai sua, con giovenil lena immutata e con più sicura padronanza dei propri mezzi. Roberto Bracco ha fraternizzato con Maurice Donnay.

Dramma di idee e dramma di anime si fondono insieme nelle opere ultime del Bracco, son la stessa cosa. E non è forse vita la poesia? Lotta di odii e di amori. Molte cose odia Roberto Bracco. Odia il giogo della platea. Milano gli fischia i Fantasmi? Egli vuol trionfare di Milano con Neilina. Ma il trionfo non è ancora pieno. Egli prepara nel silenzio altre opere. Odia X auto-reclame. Ma anche molte cose ama Roberto Bracco. E i giovani lo amano e lo seguono. Libero Ausonio. Gigetta, la madre di Nellina, vive la sua ultima ora — la sua ultima ora di strazio e di vergogna — in una mala casa.

Questo è il concetto dell'autore. Gigetta, nella casa bieca, dote il turbine della sua vita l'ha trascinata, vuole mostrare a Nellina l'orribile agonia. La sua estrema speranza è che questo pauroso spettacolo possa farla indietreggiare e possa convincerla della inanità di quei ribelli tentativi di vendetta. Ella vagheggia di rivelarle finalmente d'essere sua madre per morire perdonata.

Ella vagheggia di poterla affidare a Giacomo, che ancora l'ama e l'aspetta. A traverso un altra piccola corrotta, a traverso un altra piccola femmina disgraziata — Ester —, nella casa bieca riappare il fantasma del Maschio. Non è il fantasma dun individuo: è il fantasma d'un tipo: è il fantasma dell'avvelenatore : è il fantasma della brutalità maschile che impresse la marca della prostituzione nel- l'anima di Gigetta e in quella di Nellina.

Questo terzo atto è, dunque, la sintesi poetica della significazione del dramma. Qualche altra sedia qua e là. Sul cassettone, qualche fiala, qualche pannolino. Alla parete sinistra, una finestra chiusa. Il lume è acceso. Gigetta — seguendo i rintocchi , li conta: Uno Non viene!

Si leva. È diventata sottile , diafana. Ha il viso magro e bianchissimo , gli occhi più grandi nelle orbite disseccate. Cammina coinè una sonnambula. Prende e intinge la penna , e su di un pezzo di carta che è lassù , la fa scorrere Untamente , pronunziando , lievi, le parole che sente e che scrive.

Pensa che sono in una trista casa, dove Pensa che se ritardi ancora, essa arriverà prima di te Capisco che il trovarmi già finita Ma io La penna cade sulla carta. Io ti aspetto per dirtelo, in questa notte di addio, che sono la tua mamma Vieni a saperlo Vieni a perdonarmi..

Io me ne scappo! Non ti muovere di qua, ti dico! La voce di Ester — E pazzo! E pazzo! Io ho paura dei pazzi! L'altra voce — Ma dove porti la pelliccia e il cappello del signore? Sono scherzi di maleducata! Hai inteso? Ester —- entra dalla porta a sinistra. Indossa una vestaglia cilestre piuttosto sciatta e breve , che lascia scoperti i piedi , stretti nelle scarpine di pelle colorata.

Ella è , evidentemente, un po' brilla. Ha gli occhi scintillanti. Lè parole le sdrucciolano dalla bocca. Entra ridendo: Ah ah ah ah! Se tu vedessi, Gigettona! Trema dal capo ai piedi Non si regge più sulle gambe Colpollice e con l'indice di una mano accenna ai quattrini.

E come beve! Ma, saperlotte! Le si accosta molto e abbassa la voce: Vuoi che te ne porti un bicchierino di nascosto? Ma, all'avvicinarsi di lei, ha una sensazione tra di nausea e di spavento.

Le risponde, nondimeno , con bontà. Ester — Ma perchè?!.. Sono venuta apposta per farti distrarre Guarda, guarda che copricapo forassero!

Mostra, a rovescio , il cappello che ha una nitida fodera bianca. Guarda che sfarzo di pelliccia! Mette il cappello a terra e infila la pelliccia Nei nostri paraggi ignobili, non era mai comparso un animale con questo bellissimo pelo indosso. Epoca remota! Adesso, poveraccia, Lo apre e ne tira fuori un avana dalla fascetta lucente.

Glielo mostra con ammirazione. La voce di zia Fanny — più severa di prima Ester! Ester — senza gridare, come se la sedicente zia le stesse davanti Impiccati! La voce — Ma, insomma, che stai macchinando in quel corridoio oscuro?

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Ester — con una mano affettuosamente posata sulla spalla di Gigetta e con la testa voltata verso la porta per farsi sentire Non sono nel corridoio Tengo compagnia alla nostra Interrompendosi e abbassando il tono Diavolo! Stavo per fare una brioche! Piano a Gigetta : La zia non lo dice a nessuno che ha affittata una stanza a te La voce di zia Fanny — Subito qua.

Ester — Pronti! Si ficca il sigaro in un angolo della bocca. Piglia da terra il cappello e se lo mette in testa , calcandolo sopra un orecchio.

E con addosso la pelliccia, il sigaro in bocca, il cappello messo a sghimbescio, si avvia quasi vacillando.

Ma, con la buona volontà, si va avanti lo stesso! Giunge, attenuato dalla lontananza, un prorompere di risa femminili. La voce di zia Fanny — risonante di compiacenza Boietta! Boietta, che non sei altro! Poi, silenzio.

Ed ora, di nuovo sola, ritorna , estatica, al suo pensiero. Pensa che Animandosi E lei! Deve essere lei! Con una energia prodigiosa, vince la debolezza del corpo. Gigetta — rientra lasciandosi reggere da Nellina.

Ha nei capelli un qiialche smagliante fiore. Sulla testa un velo. Finalmente ti ritrovo Gigetta — Non parlare, te ne supplico prima di aver chiuso quelle porte! Nellina — chiude le due porte, getta via il velo e si slancia a riabbracciare Gigetta.

Gigetta mia cara, Gigetta mia cara! Io non avevo più a chi rivolgermi, non sapevo più dove cercarti! Che cosa funesta, Nellina 1 Che abiezione! Che orrore! Nellina — stringendosi a lei No, non pensarci, non pensarci, ora! E non farmici pensare! E mi rifugiavo nel buio della notte.. Gigetta — Ridevi, come ho riso io alla tua età! Nellina — si leva con una scossa di sorpresa.

Nellina — trasognata Non so Io ti vedo come in un mistero, come in un sogno. Gigetta —. Non illuderti più. Nellina — vivamente perplessa Tu avesti una creatura?! Gigetta — Si. Nellina — E che ne facesti?! Gigetta — Avevo ceduto alla violenza feroce di un vile Quando la bambina mi nacque, io era una piccola belva, senza amore, senza coscienza.. Tu fosti capace di questo delitto che è il più iniquo dei delitti? Poi chinando la fronte , con ribrezzo e raccapriccio, stentatamente balbetta Nellina — accigliata, cupa , truce, ma placata Dinanzi ai miei occhi, ella rivive in te.

Scendendo in ginocchio Calpestami, schiacciami, maledicimi Fammi tutto quello che mi faresti se tu sentissi di essere lei! Che dici?! Alzati subito! Ti pare possibile che io voglia maledirti? Ti pare possibile che io voglia giudicarti?!. Gigetta — Non basta, non basta! La tua indulgenza è un dono generoso che tu mi fai, e io me lo prendo con devozione Ma non ho ancora ottenuto lo scopo per il quale volli avere la forza di vivere Un silenzio.

Nellina — [sedendole accanto, le si curva all'orecchio amorosamente Che altro vorresti che io ti dicessi? Queste perle che hai al collo Questo ricco mantello Nellina — [Si drizza con lentezza e, cautamente , alle spalle di lei, si toglie il fdo di perle e il mantello e fa scivolare l'uno e ialtro sopra una sedia. Indi si turba per la nudità audace del seno. Gigetta —[chiamandola ad un tratto , paurosamente: Nellina! Nellina — [avanzandosi Che hai, Gigetta?!

Gigetta — Non senti? Nellina — [per rassicurarla Un rumore di passi Qualche voce Saranno le persone di casa. Gigetta — [misteriosamente Lo sai che casa è questa? Nellina — E che temi? Gigetta — Di là Nellina — Ma tu non devi temerne.

Gigetta — [con gli occhi straordinariamente aperti e fissi Ha le mani tremanti, che offrono. Ha le labbra livide, che chiedono Ti cerca, Nellina! Ti scorge Ti vuole Giunge alla porta di scala Nellina — [ha un sussulto. Gigetta — Hai visto che ti ho difesa? Nellina — [come convinta Ho visto.

E ritorneranno gli altri che sono come lui Gigetta — irritandosi Tu?! Nellina — Si, io piango, io piango! Per la prima volta piango, perchè con te mi addoloro, con te mi pento, con te, oramai, non desidero e non cerco che un poco di riposo. Gigetta — [in una suprema emozione di giubilo che esaurisce le sue forze Io lo trovo, finalmente!

Adagiami sul letto Nellina — [la sorregge fino al letto e ve l'adagia de- licatamente. Poi apre la finestra. I primi riverberi dell'alba invadono la stanzetta.

È la nostra festa, è la nostra festa, e diremo ancora tante cose belle! Vieni qua, vieni qua. Nellina — smorza il lume , raccoglie il mantello, e si accinge a stenderlo sul corpo di Gigetta. Gigetta — No, non coprirmi con questo mantello! Nellina — si accosta al capezzale, s' inginocchia, posa una guancia sui cuscini, sicché la sua testa sfiora quella di Gigetta.

G [letta — i'f volta tutta dal lato dovè Nellina e, con soave intimità, le susurra: Hai più avuto notizie Nellina — Notizie di Giacomo?! Gigetta — Io si, perchè Nellina — Era lontano? Gigetta — Non troppo lontano. Nellina — Era Gigetta — Tutto solo, in una casetta di campagna Nellina — Ti ricevette male? La voce di Gigetta si va spegnendo.

Nellina ha la bocca chiusa che quasi combacia con la bocca di Gigetta e ne respira l'alito. Nellina — E poi? Gigetta — Poi..

Nellina — subito Che disse? Gigetta — Le sue prime parole Mi disse Il languore vince la su i voce ; ma il suo pensiero continua a parlare. Si odono appena, in un ritmo piano, i singulti di Nellina. Il sipario cade lentamente. Roberto Bracco. Sont-ils même polis? Elles ne sentent pas le prix que je leur rends, par mes différences hargneuses. Et cependant, ailleurs, il y a de grands curieux- Ailleurs. Pourquoi ne lui jette- t-on que des croûtes? Je ne demande pas à voir naître un Censeur de la critique ; son métier serait trop facile.

Le mariage est un crime, car il lèse deux êtres de partout. Le meilleur des amours ne console personne; ceci posé, rien ne peut plus nous décevoir. Tutto ha con sè dalla piuma al cadavere, dal frusto di pane al giojello.

Le siepi di gerani vivono ancora; slabrano tra le frappe, colle boccuccie rosse, confortano di porpora serena, insistenza alla vita. Ma vive, se chiede dimentico pane pel ventre sacro ed ignobile?

Un tesoro. La prossima fonte è scomparsa. Hanno paura di vivere. Son cenci insanguinati, membra spezzate e commiste tra la pietra e le incastra ; materia che vi si agglutina di belletta, di carne e cervella.

La carogna fetente già appesta ed avvelena. Passa la notte. Turbinano voli intorno di corvi, e gracchiano dentro la nebbia, su Tacque immonde, sopra ai roghi mal spenti: chiamanosi al pasto in mezzo ai carnai, contendono ai cani vaganti lacerti e putride anatomie. Come in sua rocca forte convita la Morte sorella; accorre e ne inchioda le porte a chi bussa. Sta, sacro e tragico orgoglio! Io ti canto a rinascere come la primavera; canto le giovani schiatte tornate al suolo delli avi ; 10 ripolisce e lo fabrica.

Canto i nuovi palazzi rizzati, i porti accomandati, 11 faro che segna allo stretto le vie, le messi e le raccolte, pacifiche, georgiche, — 37 — POESIA i casolari, le malinconie care dei vespri che calano silenziosi ai coltivi, violacei ad imbrunir di tra li ulivi. Che balza il Peana e declama; che intona la fanfara, al clangor delle trombe, Il lucido avvenir riaffermato.

Noi, che abbiamo già vinto, vinceremo di nuovo ; a noi tutto è dovere, non piangere, operare. Operiam S'-lla Terra, sul ferro che sprizza al martello scintille, sulla pietra scheggiata allo scarpello, operiam sulla Patria.

Ed il sangue versato? Fluttuan sulle acropoli gonfaloni scarlatti ; chi accorge sulla porpora macchie di sangue umano? Gian Pietro Luci ni. Federico De Maria. Tutto fugge come a un gran fosco mare. Le case impallidiscono di spasimi su le montagne, mostrano i mille occhi da le palpebre chiuse.

I lampi sono rosei come i filari efimeri de le gambe a le ballerine in passo di finale. Le folgori son come bisce verdi o violette. Spesso han vene di sangue a capo, a coda. I monti attigui sono i lontani. Eccoli dispariti. Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene alto, in un canto de la nerezza, teso. Piovon tutte le acque, a gocce, a schegge, a frecce, a micce arse di fuoco. Scattano torsi e ventri si ripiegano: coppe sanguigne in nudità di latte.

Strani tintinni orchestra a scrosci il sangue, passano fasce rosse sopra agli occhi e sembra a un tratto, o sogno, che trabocchi tutta la vita dalla vulva esangue. Cantano le campane anche al mattino perdute nella giovinezza eterna. Tracanna ancora, livido, e sghignazza. Giuoca la fame. Ride, ebete, ignaro. E, cieco, a un tratto, trema, e si recide la mano, che non ha più rame, e ride mentre irritato dalla luce pazza la getta nel piattello del denaro!

Un prete passa. Gesù Cristo ha in braccio. Una campana dondola maldestra. Gli occhi schizzan dalle orbite sanguigne, e vedon sotto a me livide, ingorde, le case accoccolarsi in loro frotte; mentre le stelle arrazzano rossigne, e la Morte che sa, falcia le corde e mi sprofonda nel cuor della notte.

Enrico Cavacchioli. Per F. Pierrots sdrucciolevoli, ansiamo come dynamo. Oh gnomi dalle ispide barbe gialle vi opprimeremo di un rupestre sogno millenario. Tempiario distruttore che aizza le polpute cavalle in foja, contro la Noja. Ed ecco il Distruttore si avanza con la ganza incestuosa, amante briosa del boja adulterino.

Ubero Altomare. Hélène Vacaresco. Un marin chante quelque part la Tarentelle Tends-moi les bras, petite esclave dont les yeux rieurs ont contenu ma vie! Et tu danses sur le profil du ciel bleu On aurait dit enfin quelque sente mystérieuse, le chemin des destinées qui prennent envol dans la lumière, la route vers les terres promises, vers les chimères irréalisées comme notre Amour!

Nous ne verrons plus ces lueurs éteintes, ni ces paradis introuvables Mais nos mains! Ce brasier sombre où le vent meurt sans un frisson! Où refraîchir mon front? Ivre-mort le soleil a coulé dans mon sang. Cécile Périn. Tu ne saurais frémir sous leur baiser! Philéas Lebesgue. Nè odoroso cosi nè cosi fresco mai, come il fior del tuo nome regale, alla stagion sua grande, il madrigale sulla bocca fiori di re Francesco.

Tu sola la mia posterità, sola tu sei. Ave, o piena di grazia, ave Maria ; o madre, che mi dici unica il cuore muto, il cuor muto della madre mia. No, del sognar mio vano io non vergogno ; anzi, la man che i riccioli ti sfiocca seminare a te vuol fra ciocca e ciocca, per il tuo pane, i chicchi aurei del sogno.

Nicola Marchese. Io vegga, per virtù del crin tuo sauro, al trionfo anelar quattro destrieri, frondeggiar nel romano oro il mio lauro. Addio feconde, trionfanti aurore, Fresche fontane, imbalsamati cespi, Stormir di selve, mormorar di venti Ed inni di viventi! Umana gloria, vasta orma di Dio, A te per sempre addio! La tiepida vita Per sempre, per sempre è fuggita. Pallido a mezza notte dal cielo senza vento Discese un raggio di cinerea luna In fondo al vitreo mare, E apparve un mondo spento.

Or negli abissi giace Nè più mai si dissonna. Alfredo Baccelli. Iddio cercate in ogni volto umano. In ogni umana lagrima tergete pianto divino! Il grido di dolore ha superato tutte le terre, le montagne, i mari. Chi non accorse al grido? Chi, tra gli umani? N on si rallenti il vincolo sublime! Guido Menasci. Doch war der Mutter es nicht gegeben mit gelassnem Antlitz in Schmerz und Demut jenen Schlag zu tragen, zumai ihr Herz von solcher Quai verwundet in Stücke bradi - dass sie dran sterben musste.

Und allsogleich erschien - ihr guter Dàmon und schheller noch denn einer Mutter 1 letzter Gedanke nahm er die gelinde Seele mit sich herauf und brachte sie von hinnen und tauchte sie des ôftern in den Lethe.

Doch in den Kern der dunklen Erde stürzte der Sohn, in einen Abgrund, unterirdisch : um so viel tief herab als hoch die Slerne des Himmels über seinem Grabe schienen. Im Finstern ward er von dem Uebermasse des Wassers umgeworfen, das inmitten von einem unbegrenzten Abgrund gurgelt und wâhrend sich der Erdball weiter fortschwingt da drinnen flutet und die starken Wànde bestürmt und mit Gewaltsamkeit zurückschlâgt.

Und unaufhôrlich ward des Glaukos Seele vom dunklen Wasser bald auf glatte Klippen herauigeschleudert bald herabgerissen. Und keine Sonne, blos ein dumpfes Drohnen, gedankenlos, und der Verlauf undendlich!

Als eine Woge sich mit einem Seufzer in einen Spalt ergoss, und er kopfüber in das Geschâum hinunterglitt von einem verdeckt und nâchtig reissenden Gefàlle. Und ein verdecktes allgemeines Weinen verhallte dort,, ein Weinen nach dem Tode, ach, so vergeblich, dass an ail den Trânen nur noch die nackten Regenwürmer schlürften!

Und Acheron, der Strom des dunklen Schmerzes, liess ihn im Sumpfe seiner Mündung nieder, wo sich in Flut und Ebbe die vom Tode geprüften Seelen aufzuhalten pflegen, die dermaleinst zum Leben wiederkehren wenn sich nach ihnen das Geschick erkundigt.

Gestorben bin ich nun auch und mehr noch als gestorben! Ich weiss, ich schlug dich; doch du kannst nicht wissen mit welcher Wucht das Wasser auf das rauhe Gestein des Abgrunds mich im Dunklen schleudre, zutiefst! O dass ich nie geboren ware! Vergib mir, Mutter, lass mich zu dir steigen, und as genügt dein Wille, dass ich steige! Ich will artig sein, für immer artig! Vergib mir also, Mutter, ich sinke fort, beeile dich Dich hat der Tod verândert!

Doch die zu Hâupten heiter sass der Erde, allwo mehr Licht, mehr Schône wohnt, mehr Gottheit, sie lehnte lieblich die gekrânkte Wange auf ihre flache Hand und liess vom Meere der blauen Luft sich wiegen, von dem leisen, dort oben leisesten Geràusch der Erde.

Als sie mit einmal die gekrânkte Wange von ihrer Hand erhob und um sich schaute, bestürzt. So trinke! Du trankest nicht genügend! Bringe mich hin zu ihm. Und eine Woge schleuderte dort unten mit einem Seufzer Glaukos ins Getalle des schwarzen Stromes reissend unterirdisch, da, wo verdeckt ein allgemeines Weinen im Sumpf erscholl, ein Weinen nach dem Tode.

Ich Hess dich weinen, Mutter, kleine Mutter, ich liess dich sterben, ich, dein Sohn, dich sterben! Er Leids zu tun, sie Leid zu tragen.

Benno Geiger, trad. O, heart, be strong; Keep bright thy love, keep sweet thy song And thou shalt live, and thou shalt be Bright as the stars of eternity.

Lascia addietro la nube. Vincenzo Coronado Gilberto Beccari, trad. E al giaciglio del sol se ne volavano disperse, come il sogno mio, le foglie.

Miguel de Unamuno Versione libera dallo spagnolo di Gilberto Beccari. Pour celui qui a été longtemps parqué dans la ville, il est doux de regarder le beau et franc visage du ciel, de soupirer une prière vers le plein sourire du bleu firmament. Léon Bocquet, trad. Impazzava il galoppo fino alla frenesia. E talor la Cavalcata battea la testa entro a pozze di sague. File su file, in grandi soprassalti rutilanti di serpi prodigiosi! Scavavano mille zoccoli il vóto, a sbalzi, e mille rivulse narici sprizzava:!

Le cavalle sbandate, a dritta e a manca, gittavano di sella i cavalieri, drizzandosi grondanti, rivestite de le loro criniere di neve, quali fantasmi velati di bruma, al chiaro di luna! Elda Gianelli, trad. Maintenant mes yeux sont secs. Je soupire encore Il ne fait plus gris dans mon âme. Je crois voir resplendir la joie. Le crépuscule prend la ville.. Je ne soupire plus Des roses Il y a des océans de roses dans les gazons. Il y a des fleuves de roses dans les allées.

Il y a des cascades de roses dans les massifs. Des papillons Il y a des nuages de papillons. Ils prennent l'espace ensoleillé.

Il y a des tourbillons de parfums. Ce matin, la terre a tout engendré dans une joie exubérante. Le matin, la terre est une bacchante gigantesque! Une étoile apparut, petite, très lointaine Le serpent a du venin; mais le journaliste a de la bave. Le sanglier a des défenses ; mais la femme a de la pitié. La vierge folle a des amants; mais la vierge sage a des bien-aimés.

Char lette Adrianne. La mia nemica é là. Mi diverto. Ma il sole, con uno sforzo ultimo fugherà quel gelo che mi protegge?

Siete proprio stanche di sole? Furono tre notti estive che raccolsero le voci della foresta : e quei canti sorsero per la mia anima e contro la mia signoria. Mario Puccini. Ma tu, buona e gentile, o Madre mia, mi guardi col pensoso occhio profondo e un sorriso di gran malinconia ha il labbro, che fu sempre verecondo.

Angelo Maria Tirabassi. Or quante o tristi Eroi Di nostre donne e figlie, semispente Giacquero immote pur davanti a noi? Vi sovvien ne la calda ora lucente La sorella violata in su la soglia Di vostra casa, al vespero tepente?

Oh vi sovvenga Qui, tra '1 gialleggiamento de la foglia. Per la strozza con mille e mille lai Al gran combattitore il pianto monta : Spartaco piange, che non pianse mai. Or son diritti in lor forza commista Mirabilmente vigili i Titani De la vendetta Non vorrai tu ne la tua verde forza Di Roma dischiantar le navi adorne E protegger di noi la ruvida orza?

Pur la Vendetta ha il suo combattitore! Ottorino Checchi. Quand ce fut le printemps, tous, lame émerveillée, Joyeux, allaient revoir la nature, éveillée. René Benézech.