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Scarica videogioco dei rote


  1. Cameriere, un altro Bloody Simmons! - pagina 2
  2. Cameriere, un altro Bloody Simmons!
  3. Fantasie senza volto

Guida su come scaricare e installare il gioco: Scarichiamo I Roteò cliccando sul pulsante di Download in fondo all'articolo;; Una volta scaricato. Evitando le chiacchiere, vediamo come si scarica e come si installa il gioco! Scarichiamo I Roteò cliccando sul pulsante di Download in fondo all'articolo; 2. Gioco per PC^^ Dove lo posso scaricare gratis? Se gioco la carta magia vincolo di potere e lo uso x evocare drago supremo chimeratech e sacrifico dei mostri?. Era il quando è uscito uno dei tanti fantastici giochi della Guida su come scaricare e installare il gioco: Scarichiamo I Roteò cliccando. i roteò gioco Gratis download software a UpdateStar -. Microsoft Visual C++ Redistributable Package installa i componenti di runtime delle librerie di.

Nome: scarica videogioco dei rote
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Licenza: Gratuito (* Per uso personale)
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Scarica videogioco dei rote

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Io ho i magotti ma su xp non mi vanno nemmeno con retrocompatibilità Strano, gli altri sono in flash quindi basta avere aggiornato flash, com'e' i Magotti?

Richiede installazione o basta cliccare sull'icona e cosa c'e' nel cd? I magotti è in un cd regolarmente acquistato molto tempo fa.. Una volta inserito il cd parte l'installazione e dopo mi viene un avviso : Il sistema operativo non è adeguato per l'esecuzione di I Magotti.

Dopodichè l'installazione si chiude. Questi sono i file presenti nel cd: una cartella "program files" dove sono contenuti i file del gioco, una cartella "temp", un file ini "Autorun", gli installer "I Magotti" e "Setup", poi altri installer chiamati "instmasia" e "instmsw" e un'altro file ini "setup".

Io ho provato sia con "I Magotti" e con "Setup" ma non funziona. Forse, bevendo, quello schifo se ne sarebbe andato, ma faceva troppo freddo per scendere giù in cucina. Perché non te ne vai a letto? La domanda gli scappava, ma la trattenne. Da come suo padre si aggirava per la stanza non sembrava molto intenzionato ad abbattersi.

Tre stelle. Cristiano aveva una scala di cinque stelle per stabilire l'incazzatura di suo padre. Anzi, fra le tre e le quattro stelle. Già in zona "stai molto attento", dove l'unica strategia era quella di dargli sempre ragione e stargli il più possibile lontano dai coglioni. Si era sbagliato. Quelle erano cinque stelle. Allarme rosso. Qui l'unica strategia era ammutolirsi e confondersi con l'ambiente.

Era da una settimana che a suo padre rodeva il culo. Qualche giorno prima se l'era presa con la porta del bagno che non si apriva. La serratura era rotta. Per un paio di minuti aveva provato ad armeggiare con un cacciavite.

Un pugno. Uno più forte. Un altro. La porta sussultava sui cardini, ma non si apriva. Rino era andato in camera, aveva preso la pistola e aveva sparato contro la serratura. Ma quella non si era aperta.

Aveva solo prodotto un botto assordante che aveva rintronato Cristiano per mezzora. Una cosa buona c'era stata: Cristiano aveva imparato che è una stronzata quella che si vede nei film, dove se spari alle serrature le porte si aprono.

Alla fine suo padre l'aveva presa a calci. L'aveva sfondata urlando e strappando pezzi di legno con le mani. Quando era entrato nel bagno aveva dato un pugno allo specchio e le schegge erano finite dovunque e lui si era aperto una mano ed era rimasto un sacco di tempo a sgocciolare sangue seduto sul bordo della vasca, fumandosi una sigaretta.

Io domani devo lavorare La mattina, quando faccio la doccia, uscire fuori tutto bagnato e mettere i piedi a terra, sulle mattonelle gelo late, rischiando pure di rompermi l'osso del collo. In una mano stringeva la pistola, nell'altra la torcia elettrica. Cristiano era un ragazzino esile, alto per i suoi tredici anni, con i polsi e le caviglie sottili, le mani lunghe e scheletriche e il quarantaquattro di piede.

In testa gli cresceva un cespo ingarbugliato di capelli biondicci che non riuscivano a nascondere le orecchie a sventola e che proseguivano sulle guance con due basette poco curate.

Gli occhi grandi e azzurri divisi da un nasino piccolo e all'insù, e una bocca troppo larga per quel viso smilzo. La neve scendeva giù fitta. L'aria era ferma. E la temperatura era di qualche grado sotto lo zero. Uno strato di neve copriva la ghiaia, il vecchio dondolo arrugginito, i cassonetti della spazzatura, un mucchio di mattoni, il furgone.

La statale, che passava proprio davanti alla casa, era una lunga e immacolata striscia bianca. Nemmeno un segno di pneumatici a rovinarla. Il cane continuava ad abbaiare lontano. È una stronzata. Che ci vuole? Gli spari in il testa, mi raccomando in testa se no si mette a guaire e ti tocca sparargli un'altra volta, e te ne torni a casa.

Tra dieci minuti sei di nuovo a letto. Dai, guerriero. La sagoma scura di suo padre era dietro la finestra e gli faceva segno di muoversi. Rino Zena guardava dalla finestra suo figlio uscire di casa sotto la neve. Aveva finito la birra e la grappa. E questo è un bel guaio di per sé, ma se in più hai un fischio acuto come un punteruolo che ti trafora i timpani diventa un vero problema.

Quel sibilo era cominciato quando Rino aveva sparato alla porta del bagno e anche se era passata una settimana non diminuiva. Forse mi sono rotto un timpano. Dovrei andare da un medico, si disse accendendosi una sigaretta. Ma Rino Zena si era giurato che sarebbe entrato in un ambulatorio solo a zampe in avanti. Lui non ci finiva nella trappola. Se non ti stronca la malattia, ci pensano i debiti che devi fare per curarti. Rino Zena aveva passato la sera accasciato su una sedia a sdraio davanti alla televisione, ubriaco fradicio.

Con due fessure al posto degli occhi, la mandibola appesa e una lattina in mano aveva tentato di seguire un programma assurdo, che ogni tanto gli si sfocava davanti. Da quello che era riuscito a capire c'erano due mariti che accettavano di scambiarsi le mogli per una settimana e lo sapeva solo Iddio perché.

Non avevano più rispetto di niente in quel cesso di televisione. Tanto per fare una cosa originale una famiglia era di morti di fame di Cosenza e l'altra di romani con i soldi che gli uscivano dal culo. Il padre povero faceva il carrozziere. Il padre ricco, uno di quei froci a cui bisogna spiegarglielo, lavorava con qualcosa che aveva a che fare con la pubblicità. E chiaramente la moglie del carrozziere era un cesso inguardabile e l'altra una biondona con due gambe lunghe come trampoli che passava la giornata a insegnare come respirare in una palestra.

A casa del pubblicitario il cesso di Cosenza era odiata da tutti perché aveva la mania di girare impugnando il Vetril e non ti potevi sedere che quella cominciava a dire che i cuscini si rovinavano.

Dopo un giorno la comandavano come una cameriera negra e lei era tutta contenta. Rino era più interessato alla situazione di Cosenza. Il carrozziere trattava la strappona come fosse lady Diana. Rino aveva sperato che il carrozziere, in una botta di ignoranza, acchiappasse la strappona che faceva tanto la raffinata, ma si vedeva che era in pesante astinenza da cazzo, e se la facesse.

Ti faccio capire io come si fa a casa Zena! Lo sapeva benissimo che era tutta una commedia, che quella roba era vera come le borse che vendono i negri davanti ai centri commerciali.

Poi si era addormentato. Si era risvegliato poco dopo con la sensazione di avere un rospo morto in bocca e con una morsa che gli stava spappolando le tempie. Si era aggirato per casa alla ricerca di qualcosa di alcolico per alleviare il dolore. Alla fine, in fondo a un pensile della cucina, aveva trovato una bottiglia impolverata di Pera Williams.

Chissà da quanto tempo era là. L'acquavite era finita, ma la pera sembrava ancora bella zuppa di alcol. Aveva spaccato la bottiglia sul lavello e piegato sul tavolo si era succhiato la pera.

Allora si era accorto del cane. Non la piantava più di abbaiare. Ci aveva messo un po' a capire che era il bastardo del mobilificio di Castardin. Che se ne stava buono buono nella sua cuccia tutto il giorno e la notte attaccava ad abbaiare e non smetteva più fino all'alba. Probabilmente il vecchio Castardin neanche lo sapeva, all'orario di chiusura se ne usciva e con la sua BMW grossa come un carro da morto se ne andava al circolo a buttare soldi a poker. In paese si diceva che era un gran giocatore, di quelli di una volta, che perdono con classe.

Che voleva dire che rosicava in silenzio. A chi mai poteva dare fastidio un cane che faceva solo il suo dovere? Rino metteva mani e piedi sul fuoco che all'uomo d'altri tempi non lo aveva neppure sfiorato il pensiero che a meno di mezzo chilometro c'era una casa dove dormiva un bambino. Un bambino che doveva andare a scuola. Perfetto, si era detto Rino Zena tirando fuori la pistola dal cassetto, domani avrai la possibilità di far vedere al mondo la tua infinita classe quando troverai il tuo cane stecchito.

Cristiano decise di arrivare al mobilificio attraverso i campi. Anche se la statale era coperta di neve, qualcuno poteva sempre passare. La luce del lampione non arrivava dietro casa e l'oscurità era totale. Cristiano era uscito di casa di corsa, senza pisciare. Avrebbe potuto farla là, ma poi decise che era meglio di no, che faceva troppo freddo e che voleva finirla subito con quella storia.

Un lungo graffio, non abbastanza profondo da sanguinare, gli segnava l'interno della coscia. La pistola era ancora nelle mutande. Si trovava sul bordo di un campo arato che di giorno si stendeva fino all'orizzonte.

In fondo - quando non c'era la nebbia, ma la nebbia d'inverno c'era sempre - s'intravedevano le chiome grigie del bosco che cingeva gli argini del fiume. Se non ci fossero stati quel cane che abbaiava e il suo respiro affannato il silenzio sarebbe stato assoluto. Lontano, oltre il fiume, brillavano le luci sospese delle fabbriche e lo sfavillio giallastro della centrale elettrica.

Le dita, strette nella morsa del freddo, cominciavano a intorpidirsi e il gelo gli risaliva su per i piedi e gli azzannava i polpacci. Che idiota. Nella fretta di uscire, incazzato con suo padre, non si era nemmeno messo le calze. I fiocchi di neve gli cadevano sul collo e la giacca cominciava a bagnarsi sulle spalle. I contorni neri dei capannoni industriali si susseguivano uno dopo l'altro. Impilati in ordine tutto intorno alla costruzione. Poi un concessionario di trattori e macchine agricole e il retro di una discoteca chiusa per fallimento.

Basta, me la faccio addosso. Per il freddo e la paura gli si era rattrappito. Sembrava un salammo. Mentre se lo scrollava si rese conto che il cane abbaiava più forte.

Il prossimo capannone era il mobilificio dei fratelli Castardin. Sembrava che il bastardo andasse a pile, non riprendeva nemmeno fiato.

Accese la torcia e riprese a camminare più veloce. Ci stava mettendo troppo. Sicuro che il pelato già fremeva. Se lo vedeva aggirarsi per casa come un leone in gabbia. Cristiano Zena si sbagliava. Suo padre in quel momento era in bagno. Fermo davanti al cesso, una mano contro il muro, guardava il proprio riflesso nell'acqua nera in fondo alla tazza. Gli si stava gonfiando la faccia. Dov'erano finiti gli zigomi?

Le guance infossate? Assomigliava a un cinese. Aveva trentasei anni e sembrava che ne avesse cinquanta. Nell'ultimo periodo aveva preso parecchi chili. E anche lo stomaco gli si era gonfiato.

Continuava a tirare su i pesi e a fare flessioni e a sfondarsi di addominali sulla panca, ma quel promontorio sotto i pettorali non voleva saperne di sgonfiarsi. Era indeciso se pisciare o vomitare. Nello stomaco aveva una dozzina di birre, mezzo litro di grappa e una pera Williams.

Detestava vomitare. Ma se si fosse liberato, dopo sarebbe stato sicuramente meglio. Intanto il cane continuava ad abbaiare.

Che diavolo sta facendo Cristiano? E se non gli spara?

E quando uno fa le cose per paura e non per rabbia non ha i coglioni per tirare il grilletto. Si sedette sul bidet, sfiancato, nel fetore del vomito. A quel tempo la statale era una stradaccia stretta, ai lati filari di pioppi ed erbacce, poco più grande di una strada di campagna.

Intorno c'erano solo campi coltivati. Non lontano da dove adesso sorgeva la loro casa c'era la trattoria Arcobaleno, una bettola dove si mangiava polenta e capretto e pesce del fiume. E proprio dove ora si trovava il mobilificio di Castardin c'era un vecchio casolare di quelli squadrati come caserme, con il tetto di tegole, una grande rimessa e l'aia piena di oche e galline.

Ci viveva Roberto Colombo con la sua famiglia. Su un grosso albero che si affacciava sulla strada Roberto aveva attaccato un cartello. Per arrivarci dalla casa dei suoi, vicino al fiume, a piedi ci voleva mezzora. Ma mezzora a piedi a quel tempo era niente. Come si chiamava? Qualcuno gli aveva detto che si era sposata e viveva a Milano. In tutta la sua vita non aveva mai visto Roberto Colombo senza la tuta blu da lavoro, un fazzoletto rosso legato al collo e degli orrendi mocassini di pelle intrecciata.

Tuo padre è morto e l'unica cosa che ti riesce di fare è guardare le mutande a mia figlia? Colombo lo aveva osservato come si valuta un cavallo alla fiera.

Il lavoro era semplice, doveva far brillare le macchine come il giorno in cui erano uscite dalla fabbrica. Fuori e dentro. Antonia verso le cinque gli portava un panino e una polpetta con le uvette. Voleva aprire la finestra per cambiare l'aria. Una spirale di immagini lo avvolse come una coperta calda. Lui e Antonia insieme. Il matrimonio. I figli. Lui che ci lavorava con Cristiano. Che bel periodo, quello! Era facile trovare un posto.

Non c'erano tutte le leggi del cazzo sul lavoro e le prese per il culo dei sindacati. Se avevi il manico e la voglia lavoravi, se no fuori, aria. Fine delle alternative. Rispetto per chi se lo meritava. Poi un giorno Rino era arrivato e Colombo stava piantando baracca e burattini.

Un certo Castardin era spuntato dal nulla e aveva comprato il casolare e la terra intorno. Anche la trattoria Arcobaleno. Sembrano delle fabbriche. Qui non ci viene più nessuno L'offerta è buona. Il capannone era a una ventina di metri.

Avvolto dal bagliore delle luci alogene, emergeva nella notte come una base lunare. La rete di recinzione era alta e in cima erano attaccate delle spire di filo spinato. Il filo spinato. Un camion. Aveva i lampeggianti gialli e stava spalando la neve. Forse domani non si va a scuola. Il cane ora si sgolava, se possibile, ancora di più. Cristiano non si ricordava se di notte lo liberavano dalla catena, eppure qualche volta era passato davanti al mobilificio anche tardi.

Perché mi fai questo? Un grumo di odio gli si era piantato dentro la gola come una scheggia affilata. Fa un freddo fottuto Io me ne torno a casa.

Non poteva tornare a casa. Il cane, intanto, abbaiava con lo stesso tono monocorde. C'era un palo a cui era attaccata la rete e dove il filo spinato era un po' più basso. Ora doveva riuscire a non rimanere appeso al filo spinato. Sapeva usarla bene, la pistola. Suo padre gli aveva insegnato a sparare allo sfascio delle macchine. All'inizio non riusciva a prendere la mira, il braccio gli tremava come se avesse il Parkinson. Ma a furia di sparare a vetri, specchietti retrovisori, pantegane e gabbiani aveva capito che era solo una questione di posizione e di respiro.

Gambe larghe, sedere un po' in fuori, le braccia distese ma non troppo rigide. La pistola parallela agli occhi. E il respiro era importantissimo.

Cameriere, un altro Bloody Simmons! - pagina 2

Bisognava appoggiare la punta della lingua contro i denti di sotto e buttare fuori l'aria attraverso il naso e sgonfiando la pancia contare fino a quattro e poi sparare. Il bastardo si sgolava dall'altro lato del capannone. Se si fosse avvicinato lentamente aveva buone possibilità di arrivargli abbastanza vicino da mirarlo, la neve avrebbe coperto il rumore dei passi e quell'idiota era troppo preso ad abbaiare per accorgersi che stava per finire nel paradiso dei cani.

Se invece il cane gli veniva addosso avrebbe dovuto avere il sangue freddo di fermarsi, mettersi in posizione e mirare mentre quello gli correva incontro. Formavano un lungo parallelepipedo alto più di quattro metri che arrivava in fondo al cortile, a pochi metri dalla statale. Quando fu sopra si accorse che tra una pila e l'altra c'era un salto di un metro. Come tra i vagoni di un treno. Da dove si trovava riusciva a vedere uno spicchio del parcheggio deserto e l'area bambini con la giostra con i nani e le altalene imbiancate e i lampioni con le palle di vetro che spandevano una sfera lattiginosa.

Del cane nessuna traccia. Le assi si sollevarono e ricaddero facendo un rumore d'inferno. Eppure doveva essere vicinissimo. Gli venne il dubbio che fosse una registrazione. Poi vide, a una trentina di metri, una roba scura a terra. Vicino al lungo cancello di ingresso. Mezza coperta di neve La cosa a terra si muoveva. Ma si muoveva. Il figlio di puttana si era aggrovigliato come un salame nella lunga catena che gli doveva permettere di muoversi lungo il perimetro del capannone.

Ogni tanto sollevava la testa. Ecco perché abbaia come un matto. Grosso e coglione. E se pure non lo ammazzava al primo colpo, non avrebbe potuto muoversi e lui lo avrebbe spedito al Creatore con il secondo.

Abbaia perché non riesce a muoversi. Potrei liberarlo e smetterebbe di abbaiare. No, doveva ammazzarlo perché la verità era che a suo padre non fregava un cazzo che il cane abbaiasse.

Cameriere, un altro Bloody Simmons!

Lui odiava Castardin e quindi quel cane doveva morire. Punto e basta. Rino Zena odiava il vecchio Castardin con la stessa devota intensità con cui un monaco cistercense ama il suo Signore. È facilissimo avere rapporti con me, basta che non mi fai incazzare e tutto fila liscio. Qualche anno prima di questa storia Rino Zena era stato preso al mobilificio come trasportatore di mobili.

Lavorava in nero e contava più sulle mance che sullo stipendio da negri che gli dava Castardin. Tutto era filato più o meno bene, con Rino che si lamentava con chiunque di essere trattato come uno schiavo, fino al giorno in cui il vecchio Castardin in persona lo aveva chiamato e gli aveva detto che doveva portare una cameretta per ragazzi a casa dell'assessore Arosio.

Non ho nessun altro, sono tutti fuori per le consegne. Ad Arosio ci tengo. Copriti quei tatuaggi, che gli spaventi i bambini. E parla il meno possibile. Anche l'assessore Arosio stava parecchio sulle palle a Rino. Era quel testa di cazzo che aveva chiuso al traffico il corso di Varrano. E quindi pure se dovevi consegnare lo space shuttle i vigili non ti facevano passare.

Schiumando Rino si era caricato sulla groppa la cameretta. Sulla porta dell'appartamento aveva trovato ad aspettarlo la signora Arosio in camicia da notte di raso viola.

Era una pezzo di femmina, sui quaranta, con una permanente color leone, due enormi tette parzialmente nascoste dalla camicia da notte, i fianchi stretti e un culo che sembrava una portaerei. Aveva una faccia tonda come un Super Tele, un nasino piccolo, troppo perfetto per essere quello che le aveva dato sua madre, gli occhi pitturati con l'ombretto celeste e le labbra gonfie e luccicanti da cui facevano capolino gli incisivi leggermente separati. Rino l'aveva vista passeggiare per il corso, in estate e in inverno, con delle scollature esagerate sulle fettone abbrustolite dalle lampade uva, ma non sapeva che quel puttanone fosse la moglie di Arosio.

Mentre lui si dava da fare con viti e bulloni, la donna si era seduta in modo che tutto il ben di Dio che aveva davanti fosse in bella mostra e continuava a dire che i muscoli fatti sul lavoro sono molto più belli di quelli pompati in palestra.

E poi che cos'erano tutti quei tatuaggi? Cosa significavano? Anche lei ne voleva uno, uno scoiattolo A Rino gli era venuto duro e faticava a seguire le istruzioni sotto quello sguardo affamato.

Dopo la scrivaniola, la lavagnetta e l'armadio aveva montato il letto a castello. Non vorrei che si aprisse Sa, mio figlio Aldo è leggermente obeso. Mi faccia un favore, ci salga sopra.

Fantasie senza volto

Lo provi. Per essere sicura al cento per cento ci monto anch'io. Rino aveva giurato a Castardin di non essersela scopata.

E in effetti, tecnicamente, aveva ragione. Non c'era ancora stata penetrazione quando il letto si era sfondato. Lei stava carponi, con la faccia affondata nel cuscino, la sottana sollevata, e Rino l'afferrava per i capelli come gli indiani tengono i loro destrieri e le stampava delle gran manate rosse sulle chiappe proprio come sui cavalli apache. In quel momento il letto aveva ceduto.

Rino Zena aveva perso il posto. E aveva giurato di fargliela pagare, al vecchio Castardin. L'animale fece un sussulto leggero, un breve guaito e rimase immobile. La bocca aperta. La bava. La lingua che pendeva da una parte come una lumaca bluastra. Gli occhi rivoltati e sul collo un buco rosso tra i peli neri e la neve che volteggiava pigra in aria e seppelliva il morto. Un bastardo del cazzo in meno nel mondo.

Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te; ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia.

Perché le cose degli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli? Tu li hai piantati e loro hanno messo radici, crescono e producono frutto.

Tu sei vicino alla loro bocca ma lontano dai loro cuori. Geremia, 12 1 2. Parte prima. Un ammasso stellare galattico è un gruppo di astri tenuti insieme da forze gravitazionali. La loro bassa attrazione favorisce una disposizione caotica attorno al centro del sistema. Questa formazione disordinata somigliava a quella delle migliaia di cittadine, villaggi, paesini e frazioni che costellavano l'immensa pianura in cui abitavano Cristiano Zena e suo padre. La neve che era caduta per tutta la notte sulla piana aveva imbiancato campi, case, fabbriche.

Varrano, San Rocco, Rocca Seconda, Murelle, Giardino Fiorito, Marzio, Bogognano, Semerese e tutti gli altri centri abitati riemersero con i loro colori smorti, con i loro piccoli e grandi abusi, con le villette a due piani circondate dal pratino all'inglese bruciato dal gelo, con i loro capannoni prefabbricati, gli istituti di credito, i cavalcavia, i concessionari e i loro parchi macchine e con tutto il loro fango. Alle sei e un quarto del mattino Corrado Rumitz, detto Quattro Formaggi per un'insana passione per la pizza ai quattro formaggi con cui si era nutrito per gran parte dei suoi trentotto anni, faceva colazione seduto su una logora poltrona a fiori.

Indossava il suo completo da casa: mutande lerce, vestaglia di flanella scozzese che gli arrivava alle caviglie e un paio di sdruciti stivali Camperos, vestigia dell'altro millennio.

Con lo sguardo fisso verso l'angusto cortiletto davanti alla cucina prendeva con regolarità da una busta una Campagnola, la intingeva in una scodella di latte e se la cacciava in bocca intera. Quando si era svegliato, dalla finestra della stanza aveva visto, nella pallida luce dell'alba, una distesa di morbide colline e valli bianche, come se fosse stato in una baita in montagna.

Evitando di guardare i muri del palazzo di fronte si poteva anche pensare di essere in Alaska. Era rimasto accoccolato a letto, sotto le coperte, a fissare i fiocchi di neve che scendevano leggeri come piume.

Quasi tutti gli inverni, prima o poi, arrivava giù una spruzzatina, ma Quattro Formaggi non aveva neanche il tempo di fare una passeggiata in campagna che si era sciolta. E invece quella notte dovevano esser scesi almeno venti centimetri. Quando Quattro Formaggi era piccolo e stava nell'istituto delle suore nevicava ogni inverno.

Le macchine si fermavano, alcuni si mettevano pure gli sci da fondo e i bambini si divertivano a fare i pupazzi con i rami al posto delle braccia, a scivolare dalla rampa dei garage sopra le camere d'aria.

Che battaglie incredibili di palle con suor Anna e suor Margherita e le slitte trainate dai cavalli con i campanelli Ultimamente si accorgeva di ricordare spesso cose che non esistevano.

Oppure scambiava cose che aveva visto alla televisione con i suoi ricordi. Certo, qualcosa al mondo doveva essere cambiato se non nevicava più come allora.

Alla tele avevano spiegato che il mondo si stava scaldando come una polpetta al forno e che era tutta colpa dell'uomo e dei suoi gas. Quattro Formaggi, steso nel letto, si era detto che se si sbrigava poteva andare da Rino e Cristiano e quando Cristiano sarebbe andato a scuola lo avrebbe assaltato a colpi di palle di neve. Ma come se il Tempo lo avesse ascoltato e gli avesse voluto fare un dispetto, i fiocchi di neve si erano fatti sempre più pesanti e liquidi fino a trasformarsi in pioggia e le colline avevano cominciato prima a butterarsi e poi a ridursi in chiazze di pappa ghiacciata, e da sotto era apparso l'ammasso di roba vecchia stipata nel piccolo cortile.

Letti, mobili, pneumatici, bidoni arrugginiti, lo scheletro di un'Ape arancione, un divano di cui era rimasta solo la carcassa. Braccia e gambe sproporzionate, mani e piedi immensi. Sul palmo destro aveva un'escrescenza callosa e sul polpaccio sinistro una cicatrice dura e marroncina. Sopra il collo ossuto poggiava una testa piccola e tonda come quella di un gibbone cinerino.

Una barba stenta macchiava le guance scavate e il mento. I capelli, al contrario della barba, erano neri e lucidi e gli calavano sulla fronte bassa come la frangetta di un indio. Mise la tazza nel lavello, scosso da tremori e spasmi come se al suo corpo fossero collegati centinaia di elettrostimolatori.

E di solito si sentivano rispondere se la babysitter era beneducata che è una cosa brutta puntare il dito sulla gente e che quel povero disgraziato era una persona sfortunata affetta da qualche malattia mentale. Ma poi gli stessi bambini, parlando a scuola con i più grandi, imparavano che quel signore strano, che stava sempre ai giardinetti e si fregava i giocattoli se non lo controllavi, si chiamava l'Uomo Elettrico come un nemico dell'Uomo Ragno o di Superman.

Sarebbe stato un soprannome più azzeccato, per Quattro Formaggi. Quando aveva trent'anni Corrado Rumitz aveva avuto una brutta avventura che per poco non gli era costata la vita. La storia era cominciata con un fucile a piombini che aveva scambiato con una lunga canna da pesca. Un vero affare, il fucile aveva le guarnizioni consumate e quando sparava sembrava che scorreggiasse. Alle nutrie del fiume faceva le carezze. Invece la canna era pressoché nuova ed era lunghissima e quindi con il lancio giusto poteva arrivare fino al centro del fiume.

Tutto soddisfatto, Quattro Formaggi con la sua canna in una mano e il secchio nell'altra se n'era andato a pescare sul fiume.

Gli avevano detto che in un punto speciale, proprio sotto la chiusa, arrivavano i pesci portati dalla corrente. Quattro Formaggi, dopo essersi dato un'occhiata intorno, aveva scavalcato la recinzione e si era piazzato proprio sopra la chiusa che quel giorno era abbassata.

Non era mai stato troppo sveglio, quando era in orfanotrofio aveva avuto una forma particolarmente acuta di meningite e quindi, come diceva lui, "pensava piano". Ma quel giorno, anche se piano, l'aveva pensata giusta. Aveva fatto qualche lancio e aveva sentito che i pesci toccavano l'esca. Dovevano essere centinaia, ammassati sotto le paratie. Ma erano parecchio furbi. Si pappavano il verme e gli lasciavano solo un amo da innescare.

Forse doveva provare più lontano. Aveva fatto un lancio deciso disegnando nell'aria una parabola perfetta, con la punta aveva superato le fronde degli alberi ma non i cavi elettrici che gli passavano proprio sopra la testa. Se la canna fosse stata di plastica non gli sarebbe successo niente, ma, sfortunaccia sua, era in carbonio, che nella scala della conducibilità elettrica è secondo solo all'argento.

La corrente gli era entrata nella mano e lo aveva attraversato uscendogli dalla gamba sinistra. Lo avevano trovato gli operai della chiusa, steso a terra, mezzo carbonizzato. Per parecchi anni non aveva più parlato e si muoveva a scatti come un ramarro.

Poi lentamente si era ripreso, ma gli erano rimasti spasmi al collo e alla bocca e una gamba matta a cui ogni tanto doveva mollare un pugno per risvegliarla. Quattro Formaggi prese dal frigo un po' di carne macinata e la diede a Uno e Due, le tartarughe acquatiche che vivevano in cinque centimetri d'acqua in un'enorme bacinella da bucato sul tavolo accanto alla finestra. Qualcuno le aveva buttate nella fontana di piazza Bologna e lui se le era portate a casa.

Quando le aveva prese erano grandi quanto una moneta da due euro, ora, dopo cinque anni, erano poco più piccole di una forma di pane casereccio. Non si ricordava bene a che ora, ma aveva un appuntamento con Danilo al bar Boomerang e poi insieme sarebbero andati a svegliare Rino.

Giusto il tempo di risistemare la chiesetta in legno accanto al lago. Una stanza di una ventina di metri quadrati tutta ricoperta di montagne di cartapesta colorata, di fiumi di stagnola, di laghi fatti di piatti e bacinelle, di boschi di muschio, di città con case di cartone, deserti di sabbia e strade di stoffa.

E sopra c'erano soldatini, animali di plastica, dinosauri, pastori, macchinine, carri armati, robot e bambole. Il suo presepe. Era da anni che ci lavorava.

Migliaia di pupazzetti raccolti nei cassoni della spazzatura, trovati nella discarica o dimenticati dai bambini ai giardini comunali. Sopra la montagna più alta di tutte c'era una stalla con il Bambin Gesù, Maria, Giuseppe e il bue e l'asinello. Link sponsorizzati. Bioforge collezione cd rom videogioco gioco vintage pc retrogame Collana collezione cd rom - giochi d'epoca per pc computer originali arcade vintage BIOFORGE come da foto ottime condizioni per collezionisti del retro videogames Palermo Ieri, Contatta l'utente.

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